Note
La salute digitale vista da un reparto
Quasi tutti i discorsi sulla salute digitale si fanno davanti a uno schermo. Io arrivo dall’altra parte: reparti chirurgici, pronto soccorso, un’ambulanza del 118. Il punto di osservazione cambia quello che mi aspetto da uno strumento.
Che cosa chiede un reparto
In un reparto chirurgico la giornata non è una sequenza di compiti. È fatta di interruzioni continue: un paziente chiama, un collega ha bisogno di una risposta, una famiglia aspetta in corridoio e, in mezzo a tutto questo, la cartella va comunque scritta. Un software pensato per una giornata tranquilla e senza intoppi non regge un martedì mattina.
Per questo la prima cosa che guardo non è l’interfaccia, ma quanti passaggi un prodotto aggiunge a una cosa che fino al giorno prima non ne chiedeva nessuno. Se registrare una medicazione costa quattro tocchi invece di una riga scritta a mano, quello strumento verrà abbandonato, per bello che sia in una demo.
L’urgenza è la prova del nove
In pronto soccorso le informazioni arrivano incomplete e in ritardo, e la decisione va presa lo stesso. Un buon software non finge il contrario: dice che cosa manca, tiene il passaggio di consegne in un posto solo e non nasconde un valore alterato tra venti valori normali.
La stanchezza da allarmi non è una questione di estetica. È un rischio clinico: un sistema che grida al lupo insegna a non leggerlo più, e l’avviso che contava passa senza che nessuno lo veda.
La prevenzione chiede misura
La medicina preventiva e la longevità mi interessano, e mi interessa anche il rischio che si portano dietro. Più una cosa diventa facile da misurare, più viene la tentazione di misurarla in persone che non sarebbero mai state indagate, e di curare un numero invece di una persona.
Uno strumento che produce risultati deve anche dire che cosa farne. A volte la risposta onesta è che non c’è niente da fare e che il controllo può aspettare un anno. Un prodotto che non sa dirlo non è prudente.
Che cosa cerco in un prodotto
Come Chief Medical Officer di Elty passo parte del mio tempo nella parte clinica del prodotto, che quasi sempre vuol dire fare le stesse tre domande. Regge una giornata piena? Chi sta meglio dopo averlo usato, il medico o il paziente? Un collega saprebbe spiegare a un altro, in una frase, perché vale la pena cambiare?
Se la terza domanda non ha una risposta facile, le prime due contano poco: lo strumento viene installato, usato per un mese e poi lasciato lì senza che nessuno se ne accorga.
Conosco anche il limite di questo punto di vista. Vedo la tecnologia nel punto in cui incontra un paziente, dentro un ospedale con poco tempo e molta fila. È un’angolazione stretta, ma è quella di cui mi fido, ed è da lì che scrivo.